Caro Direttore, avverto un disagio in questa città

Caro Direttore, avverto un disagio in questa città

di Franco Carmelo Greco

Caro Direttore,

vorrei attribuire alla tua cortese insistenza d’avermi sottratto al mio quotidiano lavoro didattico e di studio, per aggregarmi alla schiera degli amici e illustri collaboratori del periodico da te diretto; oppure, altrettanto volentieri riconoscerei nel diradarsi dei miei impegni editoriali una condizione nuova di libertà da vivere con felicità, che mi consenta anche di collaborare con “Frammenti”, protagonista, nella realtà socio-culturale casertana, d’una importante funzione, alla quale ritengo sia doveroso offrire un contributo.

Niente di tutto ciò, tuttavia, e non dispiacertene: le tue chiamate, per me lusinghiere, non son riuscite, neanche adesso, a farsi largo nel mio quasi maniacale impegno di ricerca scientifica, fra le scadenze editoriali sempre incombenti, negli spazi liberi dei miei doveri didattici e di quelli organizzativi che la mia professione di storico del teatro e la mia concezione della funzione di docente mi comportano. Né tutto ciò accenna a diminuire.

Ma c’è un fatto nuovo che mi induce ad accettare la tua ospitalità: si sono “materializzati”, nei miei due figli, i loro anni, i tredici e i sedici anni di ciascuno di loro. È come se questo capodanno me ne avesse dato improvvisa e nuova percezione, dopo che il precedente m’aveva strappato mia madre.

E questa età, bella non solamente nel ricordo, li ha fatti giovinetti, per uscire, conoscere, vivere. Questi ragazzi vogliono “essere”, loro che in precedenza volevano solamente giocare: io bastavo per farlo o almeno per garantirglielo.

E, poi, vogliono amare, né io basto più, col mio affetto paterno spesso soffocante ed apprensivo, a soddisfare anche questo bisogno.

E sono alti e trasparenti e generosi come sono i ragazzi d’oggi, tutti i nostri ragazzi: quelli che incontri all’uscita da una scuola, in un campetto di pallacanestro o di calcio, davanti ad un negozio di musica, all’ingresso di un bar o di una sala-giochi “virtuali”. Oppure in un corteo per la pace, contro la droga e la camorra, per la solidarietà, contro le emarginazioni e le “diversità” d’ogni tipo, quelle che loro ancora hanno la sensibilità di percepire ai primi maleodoranti aliti.

E sono sempre gli stessi ragazzi dei “motorini”, dei giubbotti, delle ineleganti ed “universali” scarpe da basket, degli occhialini scuri, delle ostentate bottiglie di birra, delle interminabili telefonate, dei compiti mai finiti o delle pesanti ed inutili sacche di libri sulle spalle.

Essi si raccolgono e si riconoscono vocianti e chiassosi e invadenti nel “gruppo” dei loro coetanei, negli abiti e nel “gergo” e nei suoni, nei miti e nei luoghi comuni, per rimuovere lo sgomento di una realtà che sembra loro appartenere sempre meno. E per darsi una identità.

I meccanismi psicologici individuali e collettivi che li riguardano parrebbero analoghi a quelli delle generazioni precedenti, persino della nostra, che fu post-bellica. In realtà sperimentano la dilagante ed omologante ideologia del consumismo, per la quale nessun oggetto, nessun bene né naturale né artificiale ha più un tempo né uno spazio: non lo collocano più in un luogo originario, né lo riconoscono per questo, e non gli danno altra età che quella del possesso. Essi stessi sono ridotti ad indifferenziati destinatari di un unico invito a tutto fagocitare. E, più o meno inconsapevolmente, lo sentono, lo subiscono, lo soffrono. Tutta la realtà, anche quella artistica e culturale, anche le produzioni del pensiero e dello spirito umano si dimensionano ai beni di consumo e si fanno irriconoscibili alle loro coscienze, e irriconoscibili rendono anche loro: come specchi opachi nei quali nessuno dei nostri ragazzi saprà più scoprire il suo stesso profilo, la sua stessa immagine.

Ancor peggio: specchi nei quali si perde l’immagine degli altri, il senso stesso della loro presenza, della loro esistenza. Perché i nostri ragazzi sono ancor più prevaricati dal precipitare e consumarsi della coscienza collettiva, della mutua responsabilità sociale, della colleganza di sangue, di cittadinanza, di costume e di consuetudini, di leggi, di lavoro e, progressivamente, in una successione ininterrotta, di lingua, di cultura, di fede, di libertà, di memorie, di storia, di sofferenze, di gioie, di bisogni, di speranze, di utopie e d’altro ancora, in una sempre più ampia dimensione ed in una relazione di coscienze, responsabilità e “colleganze” nella quale possano riconoscersi uomini tra gli uomini.

Li circonda, invece, un universo della “separazione”, un universo che pare voglia solamente distinguere nella società i produttori ed i consumatori da un lato, e dall’altro tutti coloro che produttori-consumatori non sono o non possono essere più: ammalati, vecchi, diseredati, poveri, emigranti, disoccupati e sottoccupati, emarginati, popolazioni del terzo e del quarto mondo e così via. E che tende ad elaborare i meccanismi psicologici, socio-culturali, economici e politici perché, ancor più nettamente, questa sorta di “underproletariat” del Duemila possa essere controllato in una sua inoffensiva e marginale collocazione.

Ci prepariamo a “staccare le spine”, a “tagliare” le pensioni, a delimitare i nuovi ghetti, a distinguere gli “aventi titolo” da tutti coloro che nessun diritto più potranno vantare. Alcune di queste prove già le abbiamo fatte.

Anche di ciò i nostri giovani hanno sentore e subiscono il disagio, tanto più perché, volgendosi a noi, non ricevono risposta, non trovano guida ed indirizzo. Scoprono le “case di riposo” per la solitudine disperata degli anziani, le corsie d’ospedale per la fine squallida dei meno abbienti, l’usura soffocante dell’illegalità e quella legalizzata degli istituti di credito, la violenza e lo sfruttamento nei confronti delle donne e dei minori, la mancanza di rispetto per la vita e, in genere, la cancellazione nel quotidiano d’ogni elemento e persino d’ogni segno “sacrale”, la micro-criminalità e la delinquenza, il contrabbando e la contraffazione e la falsificazione, la cultura delittuosa ed omertosa di mafia e camorra, il degrado della fame e della mancanza di lavoro, la prostituzione maschile e femminile, la droga, il contagio in generale, e poi l’AIDS.

Un crescendo di mali “epocali”, questi, che addirittura fanno passare in secondo piano altri mali del nostro tempo e del nostro paese: i turbamenti della moderna coscienza religiosa, la difficoltà nella professione di laicismo, la crisi della politica e della rappresentanza, la “morte” dell’arte, la “fine” delle fedi e delle ideologie e il rigurgito degli integralismi e dei fanatismi, le guerre e le guerresante, la caduta di senso morale, la perdita di civismo, lo svuotamento della nozione di unità nazionale, la vanificazione dei modelli educativi tradizionali, e così via.

Di fronte a tutto ciò sembriamo più disorientati dei nostri ragazzi. Ed essi aspettano una risposta da noi, che abbiamo perduto le nostre, noi che cerchiamo rifugio e riparo nelle famiglie, nelle rassicuranti pareti delle case, nelle scuole “controllabili”, nella “afferrabile” dimensione dei piccoli centri urbani, senza volerci accorgere che cultura e costume urbani, con devianze e disagio, malessere e solitudine, egoismo e mercificazione, sono giunti fino a noi, alla soglia delle nostre abitazioni.

Senza avvederci della riduzione di cittadine come la nostra a semplice periferia metropolitana o, meglio, suburbana, ad agglomerati incapaci di una identità, né più in cerca di una vocazione, di una autonomia, di un progetto.

Perché noi stessi non vi ritroviamo più una nostra “appartenenza”, perché ce ne sentiamo espropriati, perché intanto la retorica della cultura dominante e massificata nella quale “sguazziamo”, propone e fa vincenti le immagini e i modelli più fuorvianti. Son quelli omologanti della televisione, soprattutto, e dei mezzi di comunicazione di massa: i segni dello “status symbol”; la moda esasperata nella sua dimensione effimera e selettiva; il protagonismo a tutti i costi; il successo; il danaro; il corpo e la sua manutenzione; il piacere come esperienza delle cose; la distanza ed estraneità del dolore, della fatica, del dovere; la giovinezza e la sanità perpetua e così via. Fino all’immaginazione capovolta d’un mondo virtuale surrettizio di quello reale, suo sostituto: oggi si “naviga” in Internet attraverso mille “possibilità” che restano tali, mentre la vita reale scorre inesorabilmente, ma fuori, lontano. Si potrebbe immaginare un’esistenza che, trascorsa in tale “navigazione”, non sia mai stata vissuta. Del resto, gli stessi mezzi di comunicazione di massa, ultima in ordine di tempo la televisione, hanno elaborato soluzioni “interattive” per mistificare e contrabbandare una comunicazione bilaterale che non esiste: questo lettore/spettatore è isolato nella sua funzione, e tutte le sue partecipazioni sono apparenti o illusorie.

La difficoltà sta nel trovare il giusto percorso, la soluzione di equilibrio tra la oscurantista demonizzazione di ciò ch’è moderno, e della tecnica innanzitutto, e del progresso tecnologico, e l’uso delle progressive conquiste ch’esso raggiunge quotidianamente, che assiduamente richiedono l’elaborazione di nuove pedagogie, e pongono sul tappeto nuovi problemi etici, giuridici, culturali, politici, economici e così via.

Intanto la televisione comunica se stessa e la propria necessità ipnotica. E quando pare trasmettere “tranches de vie”, notizie e messaggi, mescola e confonde realtà e finzione, determinando il più grave disagio ed equivoco nella percezione umana: l’impossibilità di riconoscere ciò ch’è vero da ciò ch’è falso, il buono dal cattivo, il bello dal brutto, l’effimero dal duraturo.

Ci sentiamo accerchiati, soffocati, inseguiti non solamente dentro le nostre case, ma dentro di noi: è tele-rito domenicale collettivo sottoporsi al gioco dell’ipnosi, ad una manipolazione del nostro cervello, ad una perdita di controllo del nostro corpo, ad un annullamento della nostra volontà. Ma sono tele-riti, sintonizzati sulla medesima lunghezza d’onda, anche le dilanianti zuffe familiari esposte nel piccolo schermo; le sdolcinature amoroso-sentimentali; i patetismi degli incontri fra amici o commilitoni o congiunti, dopo mezzo secolo di lontananza; le confessioni a pagamento e così via.

In realtà il piccolo schermo opera in tutti questi casi deformando: crea risonanza, costruisce esemplarità, produce protagonismo, invera modelli visti e mitizzati in divi o nell’alta società, per altri versi irraggiungibile. E soprattutto cambia di segno la realtà, ne modifica il significato e l’interpretazione: il taccuino d’un terrorista vale un patrimonio ed è vendibile, anzi è ricercato; lo “scoop” d’una notizia su un “pentito” in vacanza – ricordiamoci del Buscetta in crociera estiva – è inseguito anche se pone a repentaglio altre vite umane.

In realtà, ciò che prima era raggiunto e scritto o raccontato o filmato come documento di quanto accade nel mondo, oggi è favorito, attivato, promosso dai mezzi di comunicazione di massa: emblematico il caso di quei giornalisti tedeschi che filmarono “muschilli” napoletani in azione di scippo, dopo averli reclutati, avere spiegato loro il copione e corrisposto il “cachet”.

L’espropriazione e lo sradicamento dalle nostre origini, dalla nostra terra, dalla nostra stessa identità sono tali che scopriamo testimonianza inconscia in noi stessi, prima che nei nostri ragazzi, di un’ansia di “riconoscimento” e di recupero, che sfiora persino l’umorismo involontario: proprio ad inizio di quest’anno, in Caserta, via De Dominicis è stata ribattezzata via San Carlo, secondo una precedente denominazione. Sono state sprecate per l’occasione, da una articolista, colonne di piombo per enfatizzare un cambio di targa viaria, a cui l’Amministrazione aveva dedicato un po’ di ufficialità. Episodio esemplare di come si possa ridurre a misura di “provincia” anche quello straordinario impulso culturale impresso da Monsignor Nogaro alla vita di questa nostra città, allorché venendo da noi ha fondato la sua opera pastorale su un processo di definizione e consolidamento di un profilo, di una identità, di una coscienza culturale per questa nostra terra.

Egli ha inteso bene come solamente in questa prospettiva potesse aprirsi a noi ed ai nostri figli un futuro diverso: solamente ricostruendo una coscienza di noi che affondasse le sue radici lontano nel tempo e trovasse nella realtà attuale le sue emergenze ed i suoi contrafforti: ospedale, università, scuole, lavoro, territorio, immigrati, camorra, qualità della vita e così via.

Cercava l’identità d’una città e si ritrova, Lui con noi, con la recuperata identità del “sancarliani”! Ma forse è giusto che si proceda gradualmente, per strade e piazze!

Caro Direttore, avverto il tuo disappunto per avermi invitato a scrivere su “Frammenti”, e scoprire l’amarezza e i timori di questa lettera, ma i tredici ed i sedici anni dei nostri figli (conosco anche il tuo, coetaneo dei miei) non mi lasciano completa libertà, mi ricacciano indietro, mi spingono lontano da loro, mi spaventano.

Ci spaventano: i loro verdi anni urgono dentro di noi perché passano, come la nostra giovinezza, della quale fu “irresponsabile” la guerra che l’aveva preceduta e condizionata, quella guerra che i nostri genitori avevano patita. Della giovinezza dei nostri figli, invece, siamo responsabili noialtri, che dietro le spalle abbiamo stagioni di benessere, di diabete mellito, di malattie cardiovascolari, di colesterolo e trigliceridi, di agriturismo e villaggi-vacanze e multiproprietà, di sfruttamento ambientale, di scuole regolari, di stato e parastato, di autostrade e pervasività edilizia, di rivendicazioni salariali, di settimane corte, di straordinari bempagati, di doppi e tripli lavori, di diritti senza doveri, di consulenze, di militanze varie, di terrorismo, di evasioni fiscali, di fondi neri e di neri intrighi, di discariche stracolme e di rifiuti tossici, di comparaggio, di riciclaggio di danaro sporco, di potere che si è logorato nel proprio fallimento e nell’interesse privato, di corruzione ambientale, di concussione e tant’altro ancora.

Più fosche si fanno, gradualmente, le tinte di questo quadro, più si fa catastrofica la prospettiva, più sento di avvicinarmi alla ragione di questo mio scritto.

Infatti, caro Direttore, già t’ho detto che temevo di non essere in tema o di non essere in sintonia con lo spirito della tua rivista, così attenta a cogliere fatti attinenti alla nostra città e discuterne i problemi, e non ad ospitare questi miei moralismi di fine millennio, neppure pertinenti alla ragione più immediata del tuo invito: ch’era rivolto allo studioso di teatro perché intervenisse sui temi a lui più vicini, del cinema e del teatro e della musica, in una parola della cultura dello spettacolo, nella nostra realtà cittadina e provinciale. Forse, se avrai la pazienza di seguirmi, riuscirò almeno a tornare in tema.

T’ho detto dei nostri figli, e t’ho detto dei malesseri che ci attraversano fino a colpirli, penetrarli, trasformarli da adolescenti fiduciosi, in disincantati e disperati spettatori di realtà che saranno ancora peggiori della nostra.

La nostra adolescenza post-bellica si svolse all’insegna di quella eduardiana esclamazione, che tu certo ricordi: “Ha dda passà a nuttata!”.

Era il mattino del 25 marzo del 1945, quando la battuta, che dava voce all’attesa di tutti coloro che s’aspettavano la libertà dall’incubo della fame, della paura, del degrado, dell’abiezione morale, della morte, fu pronunciata per la prima volta in scena, nel Teatro di San Carlo di Napoli.

La coscienza del protagonista di Napoli milionaria! era la coscienza di tutti; di tutti la sua fiduciosa speranza, e con la sua speranza c’erano bisogni ed ansie di libertà, di riscatto, di ricostruzione, di solidarietà, di perdono, di giustizia, di onestà, di lavoro che si trasformavano in progetto culturale complessivo e militante: anche la diversità delle ideologie, delle esperienze, delle professioni politiche crescevano e si alimentavano in tale proiezione.

Bada, caro Direttore, che non cerco analogie facili ed antistoriche: ma i nostri ragazzi escono alla vita come i nostri genitori dalla guerra, con un enorme bagaglio di speranze; ed i mali “epocali” del nostro tempo sono equivalenti a quelli che la guerra mondiale aveva sparso come una coltre sull’intero pianeta, ombra d’un fungo atomico che ha condizionato quarant’anni della nostra storia e forse tornerà chissà in quali vesti ad inquietare i nostri sonni; ed il degrado morale, il guasto delle coscienze, il bisogno di ricostruzione civile ed ambientale, come accadde nel dopoguerra, anche a noi impongono di proiettarci verso un disegno, un progetto, una cultura della ricostruzione che si faccia guida del nostro agire.

Usciamo dalla prima repubblica – ammesso che ci si riesca – come i nostri genitori uscirono dalla guerra: ma quella era effettivamente finita!

Ciò che dovremmo recuperare di allora è la dimensione sociale e civile della realtà, una “religione di noi e degli altri” dalla quale soltanto possa nascere la nuova coscienza della libertà, dei diritti, dei doveri, del lavoro e del profitto, dell’assistenza e della solidarietà e così via. La nostra cultura non può più rinchiudersi nell’ottuso esercizio amministrativo e burocratico delle diverse competenze: di apparato o di partito se politiche; di carriera se statali o accademiche; sindacali se lavorative; di testi e programmi ministeriali se scolastiche; di industria sanitaria e di ricettari se mediche; di corporazioni arroccate nei loro privilegi se professionali, eccetera eccetera.

Di tale progettualità c’è bisogno, per non rischiare di volare come le oche, zampe e pancia a pelo d’acqua o a sfiorare il terreno.

Ogni cambiamento ha bisogno di chi lo attui, e d’uno spazio e d’un tempo e d’un “corpo”, o soggetto, entro e su cui realizzarlo, ed ha bisogno d’una energia, d’un impulso perché possa aver luogo. Noi, qui, nella nostra realtà casertana, ne abbiamo già beneficiato allorché, due anni fa, credemmo di assecondare, di favorire addirittura, una repentina trasformazione, come s’usa dire, da un’Italia ad un’altra. Impulso nazionale, certo, ma anche nostro. E storicamente opportuno, perché delimitava un laboratorio ideale: lo spazio non era di un’ampiezza planetaria ed impraticabile, ma quello di una cittadina riconoscibile, persino rappresentativa su scala nazionale, nella sua identità, come la nostra Caserta; la pienezza del tempo pareva raggiunta dal bisogno di molti, anche di opposte militanze politiche, che anelavano a ribaltare antichi prevaricanti poteri, qui governanti da un tempo indefinito.

Ed il fiorire di entusiasmi, di adesioni, di partecipazioni incarnò in una nuova rappresentanza municipale i protagonisti d’un cambiamento ormai in corso. Gravissimo onere quello che essi si erano assunto: trasformare in atti, in provvedimenti di governo, di amministrazione, di gestione, di risanamento, di trasparenza, in scelte di priorità, quegli indirizzi politici generali, anche generici e velleitari, che avevano compattato nel breve spazio d’una campagna elettorale collaudate presenze civili, militanze politiche e culturali già esistenti, ambientalisti, rappresentative istanze sociali, movimenti di iniziativa religiosa sempre attivi, un gran numero di insoddisfatti delle formazioni politiche in via di scioglimento, e persone fiduciose in una prospettiva di cambiamento. Proprio come alla fine di una guerra, eravamo tutti reduci da diversi fronti, con varie esperienze, consapevoli di vivere un momento di transizione, ma che valesse la pena di “gettare il cuore oltre l’ostacolo”.

Forse era l’occasione giusta per gli uomini di buona volontà, perché prima di tutto si invocò un atto di volontà che troncasse decisamente con il passato. Ma guai a credere che l’onere maggiore dei nuovi amministratori fosse costituito dallo stato di dissesto finanziario del nostro Comune: l’eredità più impegnativa e gravosa era rappresentata proprio da questo “rinnovato” consenso, da questa attesa forte ma generica che andava raccolta e incanalata, per non correre il pericolo di dissolverla, disgregarla, dissiparla.

In particolare, l’onere consisteva nel trasformare in progetto politico un’azione di governo totalmente eversiva del passato. Il progetto politico non poteva, infatti, essere anteriore a questa grande coalizione, che avrebbe poi rischiato traumaticamente di riconoscervi solamente una sua componente. Né poteva risultare da una somma di “categorie” predicate sul piano nazionale – trasparenza, onestà, legalità, etc. – spendibili come condizioni, modalità o strumenti di un nuovo intervento politico, ma non identificabili “tout-court” con esso. Poteva solamente nascere nel “laboratorio” di “Alleanza per Caserta nuova” che nell’Amministrazione Bulzoni aveva trovato la sua forma, la sua espressione.

E poteva nascere solamente a misura di Caserta, per recuperare o riconoscere quella identità di cui ti ho già fatto cenno, elemento essenziale e primario da cui partire per qualunque ipotesi di intervento “palingenetico”.

Peraltro, ciò doveva aver luogo anche per una ragione di intelligenza politica di fondo: contrariamente all’esempio “bellico” fin qui da me invocato, in realtà le difficoltà, i problemi, i guasti della “cosa” pubblica e nella coscienza politica collettiva continuavano ad essere operanti: la vittoria elettorale poteva solamente essere considerata l’inizio d’una guerra, la vittoria di un’avanguardia, d’uno scontro iniziale, mentre il “nemico” lo si sapeva attivo dietro le linee, camaleontico, subdolo e pronto al riscatto.

E qui, caro Direttore, torno necessariamente ai miei, ai nostri ragazzi, ad essi come agli interlocutori e destinatari di quel progetto.

Ebbene, caro Direttore, quella targa di via San Carlo e l’applauso eccessivo con cui è stata salutata mi inducono a riflettere. E mi induce a riflettere la distribuzione di un “pieghevole” a cura di “Alleanza per Caserta nuova”, portavoce dell’Amministrazione comunale, “per informare i cittadini sulle iniziative di maggior rilievo di questi 24 mesi”: che, stando all’elencazione, sono state tante, sia per la città, per i servizi, per la cultura, per l’ambiente e l’ecologia, che per l’economia ed il turismo.

Il documento testimonia esplicitamente che la Giunta Bulzoni s’è accorta di non avere assiduo colloquio con i cittadini, e si sente interrogata e chiamata a rispondere: “Ma cosa si è fatto a Caserta nei primi due anni di amministrazione?”, ripete lo stesso “pieghevole” in prima pagina. E delle cause di questa “comunicazione interrotta” non mostra di aver sufficiente coscienza, rimanendole impressa soltanto la formula dell’interrogazione: “È la domanda che gli aderenti di Alleanza si sentono rivolgere più spesso dai tanti cittadini che non hanno il tempo di seguire tutti i giorni l’operato della Giunta Bulzoni”.

Gli interlocutori, i nostri ragazzi, i destinatari d’un progetto importante al quale affidare oggi la propria crescita ed il proprio avvenire, nel documento-volantino sono totalmente assenti. Non esistono.

È proprio accaduto che sia stato elevato a progetto politico l’esercizio amministrativo quotidiano, la gestione giornaliera, il ripristino della normalità, – che sono certo coerenti con gli obiettivi da perseguire, come strumenti al loro servizio – mentre noi siamo alla ricerca di una identità, di un riconoscimento, di una vocazione, mentre il nemico è attivo dietro le nostre linee, mentre è penetrato addirittura dentro casa: l’aiutano i mali storici e quelli epocali, quelli che appartengono alla nostra cultura occidentale o, più modestamente e drammaticamente, alla nostra Italia meridionale, alla nostra regione, alla nostra provincia, alla nostra città, ai nostri lavori, al nostro studio scolastico, alle nostre età, alle nostre stesse disperate speranze d’un avvenire che nessuno ci assicura migliore del passato.

Mi turba, caro Direttore, quella targa viaria: più che la celebrazione d’un evento cittadino mi pare piuttosto metafora di morte. Non sarà una rievocazione funebre, un atto d’impotenza, il segnale d’un limite oltre il quale c’è solamente il conto della spesa, l’elenco dei panni della lavandaia, il “pieghevole” in distribuzione, appunto?

Non mi chiedere esempi. Potrei citarti non tanto l’aria di vecchio che ispirano tutte le voci e quella dizione d’apertura del settore “Cultura” del “pieghevole”: dall’“Estate casertana”, che esiste, nelle sue due edizioni, solamente come rendiconto economico, quasi avessimo preso, in un supermercato, due prodotti al costo di uno; alla promozione culturale che cita l’attivazione di un premio – forse mancante nel panorama nazionale! – o il patrocinio di iniziative musicali sempre selettive; dal silenzio sul Settembre al Borgo, all’uso di un linguaggio di tipo sportivo – il “triangolare”- per una iniziativa espositiva in Palazzo Reale, a sua volta sempre distante dalla città. Ma soprattutto il silenzio sulle “Stagioni teatrali al teatro Izzo inserite nei più importanti circuiti teatrali”.

In realtà al teatro Izzo prosegue una programmazione di giro che lo vede accomunato – con tutto il rispetto – all’Alambra, all’Ariston, al Garibaldi etc. di Maddaloni, Marcianise, Capua, Mondragone, Santa Maria, Aversa e quant’altri teatri ancora ospitano in provincia gli stessi spettacoli commerciali. Il modello di questa attività preesisteva all’attuale Amministrazione, ed è rimasto invariato: e le preesistevano il luogo, il calendario, gli abbonamenti, gli spettatori, il finanziamento pubblico eccetera. Ma tant’è, andava citato. Così come è stato citato anche il Teatro Comunale, in Via Mazzini, ma per dichiarare che “in programma” – c’è – “un mutuo per il suo completamento”.

Anche in questo caso, d’un problema culturale si dimostra di possedere solamente una percezione economica, per giunta di là da venire.

Intendiamoci: un teatro, una stagione teatrale, una pratica di ascolto musicale differenziato, di frequentazione ballettistica, di programmazione cinematografica, la disponibilità di una vera e praticabile e moderna biblioteca e di centri di lettura, la disponibilità di punti di comunicazione informatica, uno “sportello” o un’ “agenzia” di comunicazione con l’Europa sia di carattere turistico che artistico-culturale che lavorativo, l’educazione ad una pratica sportiva agonisticamente non diseducativa, una campagna di educazione alimentare, l’appoggio ad iniziative di base, il collegamento non dirigistico e prevaricante fra associazioni e centri culturali esistenti, la restituzione o l’invenzione dell’agibilità della città per i giovani – ai quali il pieghevole assicura “una importante struttura Informagiovani in piazza Gramsci” – spazi d’incontro, occasioni di crescita culturale collegate alle attività ed al calendario scolastico, l’offerta d’una disponibilità del governo cittadino a farsi carico di non sprecare il patrimonio di entusiasmo che i nostri giovani ancora hanno, tutto ciò, nel rendiconto “pieghevole”, è completamente assente, perché burocratizzato, telegraficamente ed asfitticamente burocratizzato.

Le scuole sono monadi, i centri culturali sono ridotti ad occasionali postulanti, i giovani sono lasciati ad ammassarsi nei pressi di qualche bar in via Settembrini, in piazza Pitesti, o altrove. Il loro problema viene risolto presidiando con due vigili urbani via Gemito, in cui una striscia di prato pare quasi un angolo di paradiso e di libertà. La città è illeggibile ed impraticabile.

Nei giorni fra Natale e Capodanno, però, la libera iniziativa privata aveva inventato invitanti forme di “supplenza”: La Storia, Music friends, Tabù, Mystero, Ma…gritte, Megahertz, Piramide, Vertigo, Barfly, Cotton Hills, Andycapp, C’era una volta in America, Divina Commedia, Planet, Tifata club. Una ricca offerta di svago per la nostra piccola città. In effetti non hanno dimenticato, i nostri “intraprendenti” imprenditori del tempo libero, che Caserta è città capoluogo, e che forse l’offerta di svago va proposta all’intera provincia. Allo stesso modo in cui la provincia propone i suoi richiami al capoluogo.

Di questo dato, invece, non sarà ignara l’Amministrazione Bulzoni, per la quale la città si specchia in se stessa, compiaciuta di quanto è stato fatto – “(e scusate se è poco)”, dichiara il “pieghevole” in frontespizio ed a caratteri cubitali – senza aver nozione sufficiente di quanto la circonda: camorra, degrado, disgregazione ambientale, lacerazioni culturali, inquinamento, immigrazione, lavoro nero, prostituzione, malasanità, economia, flussi turistici, rapporti con gli altri centri della provincia e così via?

Anche in questo caso, possiamo ben dire di aver tutti ricevuto dal Vescovo Nogaro addirittura magistrali indicazioni di percorso, rischiose e avanzatissime e polemiche. C’erano anche il cervello e la coscienza e la cultura suoi, “al di là dell’ostacolo”, ma nessuno di noi pare abbia fin qui saputo raccoglierli.

Possibile pensare che una città possa crescere e cambiare senza i suoi giovani? possibile ritenere che momenti associativi e socializzanti quali quelli scolastici, formativi e professionalizzanti, sportivi, artistici, culturali, teatrali, cinematografici, musicali, comunicativi e partecipativi siano marginali rispetto ad un progetto d’intervento credibile e duraturo? possibile ritenere che anche solo alcuni di tali “momenti” possano invertire tendenze consolidate, al di fuori di un loro ancor più solido compattamento? possibile pensare che la città possa leccarsi le proprie ferite senza sentirsi integrata in un territorio che le appartiene e la “contagia”? possibile che possa rifarsi una identità ignorando la propria funzione di guida e propulsiva, rispetto a quello stesso territorio in cui si specchia?

Cosa accade, Direttore, nessuno più interroga, nessuno chiede, nessuno domanda? o forse nessuno ascolta? o forse nessuno più è disposto a rispondere?

Avverto qualche disagio nel formulare interrogativi che non invitano ad una risposta convenzionale.

È vero, il “pieghevole” cui più volte ho fatto riferimento si è già prodotto nelle risposte che l’Amministrazione Bulzoni può dare per i due anni passati, risposte anche per me significative ed importanti. Ma i miei ed i tuoi ragazzi, i ragazzi nostri e di questa città sono tanti, e guardano avanti, e propongono se stessi come interrogativi, sono essi stessi il problema ed il progetto, non solamente per una seconda repubblica che non si decide ad arrivare, ma soprattutto per una città che, nel bene e nel male, pare continui soltanto a rovistarsi nelle tasche.

Essi, le risposte non date ce le rinfacceranno.

Per rimanere all’immagine delle “tasche”, caro Direttore: ricordi le brache del disneyano Eta Beta? o la borsa di Mary Poppins? Potremmo rovistarle, cavarne e spargere sul tavolo, anche illustrandole in “pieghevole”, una molteplicità di significative realizzazioni, da costruircene una montagna: ma quanto potrà durare, o a cosa ci servirà se ce ne saremo interdetta sia l’interpretazione in termini di coerenza organica ed unitaria, di progettualità culturale e politica strutturata, sia la coscienza della sua funzione simbolica, fantasiosa, immaginativa, non da esposizione, da “menu”, da “lista dei vini”, ma quella soprattutto aperta al futuro ed alla speranza dei nostri ragazzi? se ce ne saremo negata la capacità comunicativa e persuasiva, in una società ed in un tempo in cui la comunicazione è essenziale alla vita di tutti, e la persuasione non può fondare solamente sugli automatismi legati al mercato ed alla suggestione pubblicitaria?

Siamo a metà del guado, direi: se quel grigio “pieghevole” dato in distribuzione da “Alleanza per Caserta nuova” traccia un bilancio di quanto l’Amministrazione Bulzoni ha fin qui realizzato, che il bilancio sia completo e sereno, ma anche politicamente spendibile. Che smetta la miopia e voglia guardare avanti. Mancano due anni alla fine del mandato di governo della città, e si può ancora cercare un impulso, si può ancora imprimere un cambiamento di rotta, si può ancora tentare di alimentare un serbatoio di consensi per una rinascita cittadina che fondi su energie, su freschezza di idee, di capacità e di volontà. Sui giovani, in tutti i sensi. Perché, accanto alle doti, i giovani hanno anche da spendere l’incostanza, l’impulsività, l’impazienza che li contraddistingue, e la disaffezione per coloro nei quali non sanno più riconoscersi.

Caro Direttore, non volermene se adesso, potendo anche dare inizio ad una conversazione su teatro e musica e cinema e spettacolo, mi sottraggo ancora a questo invito. Te ne son grato, ma sarà per un’altra volta.

Ti saluto e t’auguro l’anno,

Franco Carmelo Greco.

(Pubblicato in versione ridotta sulla rivista mensile “Frammenti di idee, proposte, critica”, n. s., n. 3, gennaio 1996, pp. 27-30)

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