La “cavalleria comica” dei napoletani

La “cavalleria comica” dei napoletani

di Franco Carmelo Greco

Gennaro Parrino è uomo di lettere e di legge, ed il suo esordio appena ventunenne nella società letteraria e culturale settecentesca è, in un certo senso, prestigioso: pubblica Varj Componimenti per le nozze di Tommaso Caracciolo e di Ippolita di Dura (Firenze, 1731), raccogliendo, tra gli altri, versi di Francesco Valletta, Giambattista Vico, Pietro Metastasio, Annibale Marchese, e poi di Troisi, Mazzocchi, Giuseppe Di Gennaro, Giuseppe Cestari, Lorenzo Brunassi, Matteo Egizio etc. L’interesse che la sua figura desta è legato ad una sua contraddittoria testimonianza rispetto a Metastasio. L’uno e l’altro, infatti, prestarono differente attenzione alla figura di un estroso pittore di fiori e frutta, quell’Andrea Belvedere (1642-1732) che s’era convertito al teatro alla fine del Seicento, di ritorno dalla Spagna, e che al teatro aveva poi dedicato i restanti trent’anni della sua vita, rinunciando ai lauti guadagni della sua arte pittorica: il Museo Correale di Sorrento raccoglie oggi eccellenti testimonianze dei suoi quadri, che a suo tempo collezionavano i Valletta e le più ricche famiglie napoletane. Fra le opere del Parrino, infatti, figura un testo, il Belvederius sive Theatrum, che costituisce, in area napoletana, l’unico contributo alla riflessione teorica sul teatro che si collochi tra il trattato di Gianvincenzo Gravina Della Tragedia (Napoli, Naso, 1715), d’inizio secolo, e le opere, a fine secolo, di Pietro Napoli Signorelli (la prima edizione, ridotta, della Storia dei teatri è del 1777; l’ultima, accresciuta, è del 1813). Peraltro, l’impostazione del dialogo parriniano è nettamente diversa dalla riflessione fortemente letteraria e ideologizzata del Gravina, e da quella di cronista e storico del Napoli Signorelli. Si tratta di un dialogo in materia di teatro tra quattro interlocutori illustri: Gregorio Caloprese, filosofo calabrese la cui fama, in rapporto al teatro, è legata all’esser stato maestro di Pietro Metastasio e cugino del Gravina; Gianvincenzo Gravina stesso, letterato e drammaturgo; Saverio Pansuti, anch’egli autore di tragedie; e Andrea Belvedere, appunto, in qualità di “regista”, come oggi lo definiremmo.
Gli spettacoli di Andrea Belvedere riscossero grande successo sin dal loro primo apparire, lo prolungarono per tutto il corso del primo trentennio del secolo, si affermarono per magistero e crearono scuola alimentando un costante dibattito culturale, artistico, sociale e mondano. Anche Metastasio ebbe a che fare col Belvedere, ricordandone una messinscena in una lettera «A Marianna Bulgarelli Benti», in Roma, datata da Vienna il 23 febbraio 1732: «Martedì sera si recitò l’ultima volta la mia Issipile a Corte con un concorso senza esempio. I padroni clementissimi non hanno voluto dare un disgusto ad una compagnia di cavalieri che recitano assai male il Cicisbeo sconsolato del Fagioli, commedia recitata in Napoli, e di cui vedemmo la prova in casa dell’abate Andrea Belvedere. Avrebbero potuto farne una recita in meno, per averne una di più dell’Issipile, come tutta la Corte, la città ed essi medesimi avrebbero voluto; ma, schiavi della loro grandezza, hanno creduto che questa sarebbe stata una chiara disapprovazione della cavalleria comica, e si sono sacrificati a sentirne tre recite, come dell’opera e dell’altra commedia in prosa recitata da’ musici; lasciando la distinzione delle quattro recite alla sola commediola che recitano le arciduchesse».
Il partigiano giudizio di Metastasio è tuttavia testimone del fatto che gli spettacoli belvederiani si proponessero ancora alla fine del primo trentennio, dopo le pluridecennali esperienze di scena realizzate dal Belvedere, come una tappa obbligata dello spettacolo napoletano, oggetto di riconoscimento vicereale e di omaggio cortigiano: la riserva metastasiana risentiva del dispetto del poeta cesareo che la Corte non si fosse tutta dedicata al suo Issipile, ma “en passant” testimoniava anche della pratica registica del Belvedere, attrezzato, in casa propria, ad allestire, preparare e rappresentare spettacoli teatrali, e della possibilità di assistere a “prove aperte” del suo lavoro con gli attori, vere e proprie “anteprime” private del successivo spettacolo pubblico. E di ciò si parlava in tutti gli ambienti intellettuali e mondani della città come di un fatto culturale e artistico di grande attualità e importanza, dando luogo alla creazione di veri e propri partiti di belvederiani e amentiani – e semplificando si potrebbe dire: di teatranti e di letterati – gli uni fortemente avversi agli altri: in casa Mastelloni, al Largo del Mercatello, «il Belvedere trionfava», come si ricorda a proposito Niccolò Capasso, partecipe e attivissimo estimatore dell’abate Belvedere in quelle adunanze, e acerrimo avversario del «Cecropo» Niccolò Amenta, ancora legato ad esperienze da letterato più che da teatrante. «Il Belvedere fu in Napoli per la scena ciò che Socrate in Atene per la filosofia; nulla scrisse e tutto insegnò», disse più tardi il Napoli Signorelli, metastasiano di ferro, contraddicendo anch’egli il giudizio riduttivo del poeta cesareo.
In realtà, la testimonianza di Metastasio contribuisce a restituire, pur nella sua censura, un rinnovato interesse a quegli studi sul teatro a Napoli nella stagione vichiana, durante il periodo austriaco, mentre ancora funzionava il Teatro di San Bartolomeo, fino certamente all’arrivo dei Borbone e all’inaugurazione, nel 1737, del Real Teatro di San Carlo. Cioè proprio il periodo in cui Metastasio “attraversa” la città e la sua cultura teatrale per approdare a Roma e a Vienna, ma le lascia in eredità modelli di drammaturgia musicale a lungo praticati. Accade, infatti, che la cultura teatrale napoletana, pur apparentemente ignorata o respinta, costituisca un asse portante della coscienza drammaturgica e spettacolare di Metastasio: a monte vi sono le intuizioni e le riflessioni normative di Andrea Perrucci e della sua Arte rappresentativa (Napoli, 1699); vi figura il gusto pittorico trasformato in pratica della messinscena da parte di Andrea Belvedere; vi rientra la capacità di dare autonomia al linguaggio della scena che Domenico Luigi Barone, marchese di Liveri, a partire dal 1715, saprà realizzare, prima di approdare a Corte, negli anni Quaranta, per diventarvi direttore artistico, impresario, drammaturgo e regista del Teatro di Corte e del San Carlo e come tale promuovere la buona fortuna di Metastasio sulle scene e nella cultura napoletana.

(Pubblicato sul quotidiano «Il Mattino» con il titolo Metastasio. Colpi di scena sul Settecento. A 300 anni dalla nascita il padre del melodramma al centro di un convegno da oggi a Palazzo Serra. La «Cavalleria comica», martedì 3 marzo 1998, in occasione dell’inaugurazione del convegno su Metastasio. «Uscito con tagli e qualche scorrettezza», annotava Franco Carmelo Greco nel file del computer che conserva il testo dell’articolo. Quella che pubblichiamo è la versione integrale)

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