Franco C. Greco, insegnamento e magia scenica, di Pietro Treccagnoli

Franco C. Greco, insegnamento e magia scenica

di Pietro Treccagnoli

Di Franco, ché così lo chiamavano tutti, fosse anche la timida matricola, di Franco Carmelo Greco colpiva immediatamente l’esuberanza della parola. Era un vulcano di idee. E chi lo frequentava solo con il tempo riusciva a incanalarne la lava incandescente. Franco Carmelo Greco era il professore della Facoltà di Lettere, dell’Università di Napoli, che catturava per ogni sua lezione duecento studenti, da irreggimentare subito in una magmatica attività didattica. Franco insegnava Storia del Teatro moderno e contemporaneo. Insegnava è poco, perché viveva l’insegnamento e il teatro come tutt’uno con la sua vita.
Franco è morto poco più di un anno fa. Prematuramente. E con un mare di progetti lasciati incompiuti. Ma soprattutto con un segno indelebile lasciato nel codice genetico di ogni studioso che abbia appreso da lui l’amore per il teatro come metafora, sogno e palcoscenico sempre aperto sulla vita. Di Franco si parlerà molto nei prossimi giorni. A Napoli, dove lavorava, e a Caserta, dove viveva. Ci sarà un convegno di tre giorni, «Maschere e Metamorfosi», che comincia domani alle 16 nell’aula Vanvitelliana della Facoltà di Scienze Politiche e si concluderà sabato al Belvedere di San Leucio, a Caserta.
Sarà un’occasione per fare il punto su un’eredità culturale che ha abbracciato cinque secoli della vita teatrale napoletana e italiana. Allievi e colleghi (come, tra i tanti, Dante Della Terza, Christopher Cairns, Giorgio Fulco, Romeo De Maio, Raffele Ajello, Franco Vazzoler, Renato Di Benedetto ed Ettore Massarese) affronteranno i temi cari a Franco: da Della Porta a Perrucci, dal teatro devozionale alla grande scena del Settecento, fino al Novecento che va finendo. Su tutto, svetterà Pulcinella. Alla maschera per eccellenza, Franco ha dedicato molta della sua attività accademica e non. Libri e, soprattutto, la Maison de Polichinelle inaugurata a Saintes, in Francia.
Di Franco, che manca a tutti, resta anche un vuoto nelle aule di via Porta di Massa, sede della facoltà di Lettere. L’anno passato la sua cattedra è stata sospesa. Presto ci sarà un bando di concorso per un anno. Intanto i laureandi (sempre numerosi) sono stati smaltiti dalle cattedre di Letteratura teatrale italiana (che fu quindici anni fa proprio di Franco) e Letteratura Italiana. La cattedra di Storia del Teatro potrebbe però migrare dal Dipartimento di Filologia Italiana a quello di Storia. O addirittura, tra le possibilità sussurrate nell’Ateneo Federiciano, chi ha nel suo piano di studi l’esame senza cattedra, potrebbe sostenerlo all’Orientale.
Un vuoto pesante. E soprattutto un silenzio. Perché gli allievi di Franco non erano solo tanti, erano anche teatralmente vivaci. Molti hanno seguito strade diverse dall’insegnamento. Grazie alla sua grande lezione, tutti coloro che l’hanno frequentato, hanno appreso un metodo di lavoro, indispensabile in ogni campo: una capacità quasi creativa nell’analisi di un testo, di un evento, o anche di un nudo fatto di cronaca, con un’acutezza e un’abbondanza di dettagli apparentemente divaganti, ma che, come per la magia tipica della finzione scenica, creavano dei corti circuiti filologici, in un sistema dove tutto si teneva. E tutto reagiva.

(“Il Mattino”, 13 ottobre 1999)

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